Andrea Dovizioso: guardando dall’alto

Andrea Dovizioso: guardando dall’alto

21 ottobre 2018, circuito di Motegi

Marc Marquez ha sorpassato da poco Andrea Dovizioso, che lo marca a uomo in attesa di ricambiargli il favore. A due giri dal termine, però, il forlivese cade e fa involontariamente partire i festeggiamenti del settimo titolo del #93. Il mondiale era già deciso, visto che nelle ultime gare Marquez aveva premuto ulteriormente l’acceleratore disintegrando la concorrenza, ma il Dovi ci teneva a ritardare il più possibile la conferma ufficiale. Dopo un 2017 vissuto da protagonista, si aspettava un 2018 da vincitore, ma qualcosa – forse più di qualcosa – non è andato nel verso giusto e alla fine si è dovuto di nuovo accontentare della medaglia d’argento.

Questi due secondi posti consecutivi sono i migliori risultati di Dovizioso da quando corre in MotoGP e sono arrivati rispettivamente alla decima e all’undicesima stagione nella classe regina. È stata una lunga scalata verso l’alto e Andrea sa che non è ancora la cima.

Un inizio promettente

La carriera di Dovizioso è parsa da subito molto promettente: campione italiano nel 2000 e d’Europa nel 2001, fa il suo esordio nel motomondiale nel 2002 – in 125 – chiudendo la stagione al 15° posto. L’anno successivo inizia a conquistare i primi podi balzando al quinto posto in graduatoria, ma la consacrazione arriva nel 2004: campione del mondo di categoria, davanti a future leggende come Jorge Lorenzo e Casey Stoner.

Dovizioso campione del mondo 2004

Lorenzo, in particolare, diventa il suo principale rivale nei tre anni seguenti, quando entrambi corrono in 250. Se nel 2005 ha avuto la meglio Dovizioso (arrivando però terzo, contro il quinto posto del maiorchino), nel biennio 2006/2007 è costretto ad alzare bandiera bianca nei confronti dell’allora #48. Una situazione per certi versi simile a quella della recente rivalità con Marquez: Dovizioso è molto costante, realizzando tanti podi e ritirandosi solo una volta, ma lo spagnolo vince la bellezza di 17 gare in due anni, creando un solco insormontabile fra lui e Andrea.

Saliti in MotoGP, i due giovani piloti sono fra i più promettenti della categoria, terminando con costanza le gare nelle posizioni di vertice – Dovizioso, in particolare, con una moto satellite. Nel 2009 l’italiano viene quindi promosso al team ufficiale e può finalmente lottare alla pari con l’eterno rivale: come sappiamo, non andrà così.

La crisi

Parlare di crisi riferendosi al suo miglior triennio in MotoGP – prima della nuova era Ducati – sembra una contraddizione, ma ciò che ha ottenuto Dovizioso in quegli anni è stato ben al di sotto delle aspettative che c’erano su di lui. Con il team Repsol Honda, Andrea ha ottenuto una sola vittoria e altri 14 podi, che di per sé non sono un risultato positivo considerando l’alto livello del mezzo a sua disposizione. Se ci aggiungiamo che nello stesso lasso di tempo Lorenzo ha vinto un mondiale e Stoner – alla sua prima stagione con la stessa moto del forlivese – ha fatto lo stesso, lo scenario si aggrava.

Prima vittoria in MotoGP (Donington, 2009)

Come se non bastasse, il suo futuro in Hrc è messo in forte discussione a causa delle ottime prestazioni di un altro pilota italiano assai promettente: Marco Simoncelli. Il compianto Sic, in sole due stagioni, si è guadagnato la stima e la fiducia da parte dei vertici Honda, che gli hanno promesso l’equipaggiamento factory – aggiornamenti compresi – per il 2012, facendo capire che non ci sarebbe stato spazio per quattro moto ufficiali (Stoner e Pedrosa avevano già un contratto assicurato con l’ala dorata).

Dovizioso decide quindi di abbandonare la casa con cui ha corso per dieci anni e di approdare nel team satellite di Yamaha, conscio del fatto che nel 2013 ci sarebbero stati altri stravolgimenti dei contratti e avrebbe potuto puntare di nuovo ad un team ufficiale.

L’avventura in Tech 3 si rivela anche discretamente buona: 6 podi e quarto posto nel mondiale, dimostrando grande consistenza (14 volte in top 5), ma ben lontano dal trio Lorenzo-Pedrosa-Stoner.

Dovizioso in Tech 3, 2012

L’approdo in Ducati

Ora, è vero che Dovizioso era chiamato ad ottenere risultati più soddisfacenti, ma è altrettanto vero che è sempre stato un pilota abituato a lottare per la top 5 del campionato, sempre molto costante e comunque competitivo. Scegliere di ripartire con Ducati significa ripartire da zero – la moto italiana è reduce da un biennio senza vittorie – e rimboccarsi le maniche sperando di riuscire nell’impresa in cui ha fallito Valentino Rossi: riportare il titolo a Borgo Panigale.

Il 2013 è stato quindi un anno terribile per Andrea, in cui ha dovuto buttare giù bocconi amarissimi, terminando all’ottavo posto in classifica. Le gare seguono tutte lo stesso copione, ovvero quello in cui Dovizioso spinge e le prova tutte per cercare di essere competitivo, ma al traguardo non riesce quasi mai ad andare oltre il settimo posto.

Le cose cambiano nel 2014, con l’arrivo di Dall’Igna al comando del team Ducati in MotoGP: la moto viene rivoluzionata e i risultati non tardano ad arrivare, con il Dovi che torna a respirare l’aria da podio, ma soprattutto capisce che il pacchetto ha del potenziale e può puntare a qualcosa d’importante negli anni a venire.

Tuttavia, le stagioni 2015 e 2016 si rivelano essere delle delusioni: aumentano il numero dei podi, ma anche e soprattutto quello dei ritiri (4 e 5 rispettivamente). Inoltre Dovizioso è parecchio incostante: se è in grado di dare sfoggio al suo talento e il suo affiatamento con la Ducati in piste come il Qatar (secondo in entrambe le annate), in altre si scioglie completamente, portando a casa pochissimi punti e di fatto rimanendo fuori dalla lotta per il titolo. La moto è sempre più competitiva, ma al #04 sembra mancare qualcosa a livello mentale, quel dettaglio che lo separa dai più grandi e che lo perseguita dai tempi della 250. Dovizioso, insomma, non è un top rider.

Dovizioso in Ducati, 2016

Essere un top rider

Quello di “top rider” è un titolo esclusivo che è stato concesso a pochissimi piloti negli ultimi anni, in particolar modo quelli dominati dai Fantastici 4 (Rossi, Stoner, Lorenzo e Pedrosa). Non è che Dovizioso non sia mai stato considerato uno dei migliori, anzi: nel periodo Honda era comunque al centro della scena e uno come Cecchinello sognava di averlo nella sua squadra nel 2012, quando appariva chiaro il suo divorzio dal team Repsol. Nonostante questo, con il passare degli anni – e soprattutto a causa del declino nel suo primo periodo in Ducati – è passato dall’essere uno dei protagonisti del mondiale a un buon mestierante, forte ma non in grado di rivaleggiare coi big della categoria. Lo si è sempre più accusato di non avere la mentalità e la cattiveria del vincente, un po’ come si è fatto con Pedrosa per tutta la sua carriera in MotoGP, con l’aggravante che almeno lo spagnolo riusciva a vincere le gare.

Il 2017 inizia quindi come la più classica delle stagioni di Dovizioso: secondo in Qatar, steso in Argentina e poi 6°, 5° e 4° nelle tre gare successive. Viñales ha vinto tre gare, Marquez e Pedrosa una, Rossi è partito bene con tre podi: anche quest’anno, il #04 dovrà accontentarsi di arrivare dietro i soliti noti. Invece al Mugello, ma soprattutto in Catalunya, succede qualcosa: Andrea realizza la sua prima doppietta in carriera e si ripete anche in Austria e Inghilterra.

Dovizioso batte Marquez all’ultima curva (Red Bull Ring, 2017)

A questo punto Dovizioso è un pilota nuovo, conscio improvvisamente di tutte le sue potenzialità. Per molti è come se si fosse sbloccato, che avesse finalmente raggiunto lo status di top rider. Ed in effetti è così: anche se non riesce a vincere il mondiale da prova della sua forza nell’epica gara di Motegi e tiene aperte le speranze fino all’ultima tappa di Valencia. Quel tredicesimo posto a Phillip Island grida ancora vendetta, ma il Dovi è fiducioso per il 2018: sa di avere le carte in regola per portarsi a casa il titolo che rincorre da un decennio.

Dovizioso 3.0

Quello che abbiamo avuto il piacere di ammirare nell’anno appena passato è un nuovo Dovizioso. Più sicuro di sé, costantemente a podio e quasi abituato alla vittoria. Le lacrime di Sepang 2016 hanno fatto spazio alla compostezza e alla naturalezza dell’esultanza a Misano 2018. Ma non è tutto oro quello che luccica.

Nell’ultima stagione, infatti, Andrea ha mostrato anche qualche lacuna, in particolar modo quando il suo compagno di squadra – Lorenzo – ha iniziato ad essere altrettanto competitivo con la Ducati. Due errori a Le Mans e Catalunya e la sensazione di subire psicologicamente il proprio teammate, che ad un certo punto della stagione è sembrato poter essere il vero anti-Marquez. Con l’infortunio del maiorchino, Dovizioso ha avuto la strada spianata verso la conquista del secondo posto, forse alleggerito dal peso del confronto interno.

Intendiamoci, il #04 ha comunque condotto delle gare superlative, ma non ha potuto nulla contro Marquez quando lo spagnolo ha deciso di vincere.

Quello che servirà nel 2019 a Dovizioso per conquistare l’agognato titolo è quindi la stessa costanza mostrata l’anno scorso (anzi, anche maggiore), solidità mentale e ovviamente una moto competitiva. 

La cima non è lontana e Dovizioso è un ottimo scalatore.